Home?

12 Apr

Ieri sera ho visto Home, un film stupendo, tecnicamente perfetto, un racconto su quanto l’essere umano negli ultimi 50 anni sia riuscito a portare il sitema terra al collasso.

La descrizione é nuda, cruda e patinata, la inquadrature dall’alto di Yann Arthus-Bertrand, in alta definizione, permettono di spiare l’essere umano, attraverso i suoi gesti, le sue abitudini, i suoi numeri.

L’80% delle risorse del pianeta sono in mano al 20% della popolazione globale.

I ritmi produttivi, basati sullo sfruttamento di risorse limitate, sono sempre piú veloci, piú veloci, piú veloci. Ci siamo talmente tanto dentro, incastrati come ingranaggi, che é difficile capire il perché, ancor meno opporci al vortice. Intanto siamo quasi arrivati al punto di non ritorno e resta poco tempo per fare qualcosa.

Il lungometraggio é stato sponsorizzato con circa 13 milioni di dollari dal PPR group, creatura di Francois Henry Pinault, conglomerato di grandi marchi (gucci, puma, fnac solo per citarne alcuni). Suo padre di milioni di dollari ne ha circa 14500, che lo rendono il 34° uomo piú ricco del mondo.

Quindi é un po’ come se mio padre avesse un patrimonio di 1000 euro e me ne prestasse 90 centesimi per sensibilizzare gli esseri umani sulla brutta fine che stanno facendo fare al loro pianeta ( senza considerare che il PPR group da solo dispone di 11 miliardi di dollari).

La presentazione dei marchi in bella mostra all’inizio del film, farebbe storcere il naso anche ad un pubblicitario incallito.Una ‘donazione’ mossa da fini tanto nobili non andrebbe relegata ai titoli di coda?

L’opera d’arte é dedicata agli 88000 dipendenti del gruppo sparsi sui cinque continenti. Questa non l’ho tanto capita ma essendo malizioso mi é sembrato un modo per prendere due piccioni con una fava. Un gesto un po da risorse umane un po da marketing.

Farsi paladini della natura, sbandierare stemmi e loghi, avrá certo dato il suo ritorno di immagine. Nel film si accenna a tanti problemi ma a poche soluzioni:

  • si dice che il ciclo di allevamento animale é insostenibile ma non si incita alla scelta non dico vegana ma almeno vegetariana, né si menziona il fattore sofferenza, costo non economico di questa assurda macchina
  • si dice che l’acqua sta per finire ma non si parla in maniera negativa della tanto diffusa acqua in bottiglia
  • si dice che la biodiversitá é a rischio, ma non si nominano le grandi aziende (poche) che hanno cambiato la faccia dell’agricoltura globale (monsanto?)
  • si dice che l’80% delle risorse é in mano al 20% degli esseri umani, ma non si dice che il PPR group fa parte del primo 1% di questo 20%
  • si dice che “é inutile stare a guardarsi dietro, pensare a tutto quello che é stato sprecato, bisogna prendere coscienza del presente e cambiare le cose”, che equivale ad un colpo di spugna su tutte le colpe di chi con coscienza ha preso decisioni che hanno portato a questa situazione.

Chi é che dovrebbe portarci fuori da questo tunnel? nell’era della globalizzazione gli stati nazionali hanno calato le braghe davanti ad interessi multinazionali che sono nelle mani proprio di aglomerati tumorali come il PPR group. Se sono loro che ci hanno portato fin qui, come ce ne tireranno fuori? Qualcuno diceva che ‘se non sei la soluzione al problema allora sei parte del problema’.

Ci sono tante iniziative, dai progetti degli impiegati alle informazioni in bella vista sul sito, al progetto dell’artista goodplanet, dietro cui alla fine ci sono sempre gli stessi nomi.

Al di lá delle parole, dei colori, dei film, quali sono le azioni que il PPR group implementa per andare almeno nella stessa direzione delineata teoricamente dal film?

  • la stragrande maggioranza dei suoi manufatti sono prodotti da terzi in cina (nella migliore delle ipotesi)
  • scarpe, maglie, maglioni, occhiali, sono spostati in container da una parte all’altra del mondo
  • il margine di ricavo sul singolo pezzo farebbe morire di infarto zio paperone

ad un anno circa dal lancio del film, cosa fa il PPR group per dimostrare coerenza? (non che me ne aspetti eh).

La produzione industriale é ormai anacronistica. Produco 100mila paia dello stesso modello di scarpe per la stagione invernale 20xx in cina per poi provare a venderle dall’altra parte del mondo. La gomma viene dall’indonesia, la pelle dall’india o dal marocco (???), chi le assembla da campagne sperdute.

Quante di quelle scarpe saranno realmente vendute o comunque usate? perché non coinvolgere il consumatore nel processo di produzione? perché non produrre solo ció che é strettamente necessario? perché non poter scegliere un modello via internet e produrlo solo se effettivamente acquistato? perché non produrlo in loco? Quanta inutile sofferenza animale é legata alle attivitá del PPR group?

Magari mi sono perso qualche pezzo, c’é un grande cambio in atto e semplicemente lo ignoro.

Proveró a colmare la mia ignoranza.

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